Nella parrocchia di Breno è attestato che l’interesse verso il culto dei morti abbia avuto origine a seguito della peste del 1630; la lapide seicentesca murata alla base della lesena sinistra dell’arco trionfale della parrocchiale di Breno recita: “Mons Bartolomeo Caldinelli arc dal 1595 al 1656 / rifece San Maurizio (1607) visse la peste L 1630 - fondò il sacro Triduo dei morti 1631 / costruì il Duomo (1633-1653) San Carlo (1648) / morì a 89 anni venerato dal popolo / fu qui sepolto a m. 430”. Un ulteriore riferimento al culto dei morti è costituito dal primo altare di destra, dedicato alle Anime del Purgatorio, realizzato in marmo nero e bianco (rappresentanti il contrasto tra morte e vita), con inserti gialli, scheletri e tibie incrociate.
A Breno il Triduo risulta ufficialmente istituito nel 1734 con la realizzazione della “macchina” ad opera dei progettisti Giovan Battista Caniana di Alzano Bergamasco (per il baldacchino e il rosso pavione), Francesco Fontana e Vincenzo Baroncini di Rezzato, per la parte lignea. All’esecuzione, contribuirono inoltre diversi artigiani, ciascuno per le sue specifiche competenze: l’intagliatore tedesco itinerante Giovanni Müller, cui fu affidato dalla Confraternità del Triduo il lavoro di realizzazione, si appoggiò alle botteghe brenesi; il doratore bergamasco G.B. Suardi, che aveva una bottega a Breno; il carpentiere francese Giovan Giacomo Legrot; il famoso pittore Giovanni Chizzola. A seguito di alcune modifiche alle decorazioni della chiesa, nel 1765 si dovette adattare la “macchina”. Il compito fu affidato allo scultore esinese Antonio Fusi. Le vicende successive non sono del tutto chiare, ma per certo si sa che questo apparato andò perso poiché nel 1863 fu commissionata a Leone Canevali la realizzazione di una nuova macchina. Purtroppo quest’ultima soluzione non fu apprezzata poiché contrastante con gli affreschi di Antonio Guadagnini sulle volte della chiesa, perciò nel 1929, a seguito della Grande Guerra, venne fatta realizzare una nuova “macchina” ad opera della ditta Benedetto Rivetti. L’apparato fu collaudato dagli ingegneri Ronchi, Ippoliti e Fortunato Canevali.
L’apparato effimero viene montato ogni anno nel mese di gennaio ed è accompagnato da una fiera nel centro storico. La struttura si sviluppa in altezza per 15 metri e in larghezza per 11 metri. I cromatismi (il verde-azzurro, l’azzurro, il giallo oro) ben si accostano a quelli più sobri delle pareti dell’edificio, così come lo stile classicheggiante riprende lo stile della chiesa. I numerosissimi componenti di legno intagliato, dorato, dipinto, sono illuminati da oltre duecento candele (elettrificate).
Silvia Ardesi
Fonte: Il Disegno dei Tridui (il tempo e la memoria nello spazio della Chiesa)